Meglio soli che male accompagnati: solitudine, relazioni tossiche e paura del vuoto

“Meglio soli che male accompagnati”.

Una frase che tutti abbiamo sentito almeno una volta nella vita:

  • dalla nonna,
  • da un amico reduce da una relazione improbabile,
  • da qualcuno che, mezz’ora dopo averla pronunciata, era già tornato a scrivere all’ex.

Perché diciamocelo:
questa frase è molto più difficile da vivere che da condividere su Facebook accompagnata da un tramonto e da una tazza di tè fumante.


Negli ultimi anni abbiamo imparato parole nuove:

  • red flag,
  • ghosting,
  • love bombing,
  • relazioni tossiche,
  • dipendenza affettiva.

Siamo diventati tutti un po’ psicologi da social network, tra caroselli beige, citazioni motivazionali e reel pieni di musica malinconica.

Poi però arriva la sera.

E il silenzio, improvvisamente, diventa rumoroso.


Forse il problema non è stare male.

Forse il problema è stare soli abbastanza a lungo da ascoltarci davvero.

Perché ci siamo accorti che moltissime persone restano:

  • in amicizie che svuotano,
  • in relazioni che umiliano,
  • in gruppi che non rappresentano più,
  • in situazioni finite da anni,

solo per evitare quella sensazione di vuoto che arriva quando il telefono smette di suonare.


Viviamo in una società iperconnessa ma tremendamente sola.

Una società dove:

  • si manda il cuore alle storie Instagram senza sapere più guardare negli occhi,
  • si conversa continuamente senza comunicare davvero,
  • si riempiono giornate intere pur di non restare nel silenzio.

Ci è tornato in mente il film Her, in cui il protagonista si innamora di una voce artificiale pur di sentirsi compreso.

Fantascienza?

Forse meno di quanto crediamo.


Spesso pensiamo che “male accompagnati” significhi soltanto avere accanto qualcuno che ci tratta male.

Ma non è solo questo.

A volte significa:

  • non sentirsi visti,
  • dover ridurre sé stessi per essere accettati,
  • camminare costantemente sulle uova,
  • sentirsi soli anche accanto a qualcuno.

Ed è una solitudine ancora più dolorosa.


Abbiamo notato una cosa curiosa.

Molte persone dicono di desiderare autenticità.

Poi però si spaventano quando incontrano qualcuno che:

  • mette confini,
  • non rincorre,
  • non si svende,
  • non elemosina attenzioni,
  • non accetta qualsiasi presenza pur di non sentirsi escluso.

Perché la verità è che la profondità emotiva richiede coraggio.

E il coraggio richiede confronto con sé stessi.


Il filosofo Arthur Schopenhauer scriveva:

“La solitudine è la sorte di tutti gli spiriti eccezionali”.

Ora, senza scomodare gli spiriti eccezionali — che già abbiamo abbastanza problemi con bollette, notifiche e ansia esistenziale — pensiamo che Schopenhauer avesse intuito qualcosa di importante:

la solitudine non sempre è abbandono.

A volte è selezione.


Anche The Sound of Silence racconta qualcosa di molto simile:

“People talking without speaking, people hearing without listening.”

(la proponiamo nella versione rivista dei Disturbed)

Persone che parlano senza comunicare.
Persone che sentono senza ascoltare.

Forse è proprio questo il punto:
non è la presenza fisica che ci salva.

È la qualità emotiva della presenza.


Nel romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere si parla continuamente del peso e della leggerezza delle relazioni umane, del bisogno di appartenenza e della paura della libertà.

Perché sì:
stare con qualcuno può essere meraviglioso.

Ma stare con qualcuno solo per non restare da soli… è un’altra cosa.


Ci hanno insegnato che chi è solo “ha qualcosa che non va”.

Che bisogna:

  • sistemarsi,
  • trovare qualcuno,
  • appartenere a un gruppo,
  • essere scelti,
  • essere confermati.

Come se il valore personale dipendesse sempre da una presenza accanto.

Eppure:

  • esistono amicizie che prosciugano più della solitudine,
  • relazioni che sembrano sale d’attesa,
  • conversazioni che lasciano più vuoti del silenzio.

Forse “meglio soli che male accompagnati” non è una frase pessimista.

Forse è una frase piena di rispetto.

Rispetto per il proprio spazio interiore.
Per la propria sensibilità.
Per quella pace silenziosa che arriva quando smettiamo di accettare qualsiasi compagnia pur di non sentire il vuoto.

Perché il vuoto, a volte, non va riempito subito.

A volte va ascoltato.

Ed è proprio lì, in quello spazio che tanto temiamo, che iniziamo davvero a capire chi siamo.