L’ABBRACCIO DELLE COSE VERE

 

Elaborazione del lutto: le 5 fasi della perdita e il significato del dolore

 

 
𝓟𝓮𝓻𝓭𝓮𝓻𝓮
𝓿.𝓽𝓻. [𝓼𝓸𝓰𝓰-𝓿-𝓪𝓻𝓰]
1 𝓒𝓮𝓼𝓼𝓪𝓻𝓮 𝓭𝓲 𝓪𝓿𝓮𝓻𝓮 𝓺𝓵𝓬𝓸. 𝓸 𝓺𝓵𝓬𝓾. 𝓬𝓱𝓮 𝓼𝓲 𝓹𝓸𝓼𝓼𝓮𝓭𝓮𝓿𝓪: 𝓹. 𝓲 𝓭𝓮𝓷𝓽𝓲, 𝓵𝓮 𝓯𝓸𝓻𝔃𝓮; 𝓰𝓵𝓲 𝓪𝓵𝓫𝓮𝓻𝓲 𝓹𝓮𝓻𝓭𝓸𝓷𝓸 𝓵𝓮 𝓯𝓸𝓰𝓵𝓲𝓮; 𝓻𝓮𝓼𝓽𝓪𝓻𝓮 𝓹𝓻𝓲𝓿𝓸 𝓭𝓲 𝓾𝓷𝓪 𝓹𝓮𝓻𝓼𝓸𝓷𝓪 𝓿𝓲𝓬𝓲𝓷𝓪, 𝓬𝓪𝓾𝓼𝓪 𝓵𝓪 𝓼𝓾𝓪 𝓶𝓸𝓻𝓽𝓮: 𝓹. 𝓲 𝓰𝓮𝓷𝓲𝓽𝓸𝓻𝓲| 𝓹. 𝓵𝓪 𝓿𝓲𝓽𝓪, 𝓶𝓸𝓻𝓲𝓻𝓮 |
 
Abbiamo deciso di iniziare quest’ ultima settimana di luglio con un argomento molto caro: il lutto.
 
Affrontare il tema della 𝓹𝓮𝓻𝓭𝓲𝓽𝓪 apre numerose porte sul cosa davvero significa “la privazione di qualcuno che ci è caro”.
In questo insieme possono rientrare le casistiche che noi tutti – chi più e chi meno – abbiamo incontrato nel viaggio chiamato “vita”: la fine di un rapporto o di una relazione con qualcuno che si è amato, il decesso di un familiare, la conclusione di un percorso lavorativo, ossia qualsiasi fatto, circostanza, ambiente o persona a cui siamo legati e che non c’è più.
Come per il parto, per cui sono necessari 9 mesi per dare alla luce un bimbo, così per il distacco dall’evento sono necessari più o meno altrettanti mesi poiché la persona possa elaborare la perdita subita attraverso il percorso chiamato 𝓵𝓾𝓽𝓽𝓸.
Tempo questo considerato altamente soggettivo e dipendente dalle circostanze in cui la persona che ha subito la perdita si trova, ossia alle condizioni legate all’ambiente lavorativo, al sostegno familiare, alle modalità in cui è avvenuta la perdita, al rapporto che avevamo con quella determinata persona.
Che si tratti infatti di un familiare, di un amico, di un lutto avvenuto a causa di una grave malattia o di un improvviso incidente d’auto, è l’essere consapevoli degli incastri che sono avvenuti a fornirci una modalità di elaborazione che ci può essere utile per superare l’evento traumatico.
In una società sempre più presente nel qui e ora e sempre più protesa ad “allungare” il più possibile l’età della giovinezza, il tema della 𝓶𝓸𝓻𝓽𝓮 trova ben poco spazio per essere accolto e il fatto che le cose, le situazioni e le persone possano “finire” genera un radicato e immediato gesto scaramantico nell’altro, come a dover scongiurare il più possibile qualsiasi situazione che generi un distacco.
 
 
Nel secolo scorso, con l’avvento della guerra e della povertà, il tema della 𝓯𝓲𝓷𝓮 era visto con un’accezione quasi normale, così come in alcuni paesi la perdita è vissuta come fatto che porta onore alla famiglia e alla comunità in cui la persona è venuta a mancare.
Bando alle comunità diverse dalla nostra – che pur possono darci spunti, suggerimenti e strade da cui attingere, è qui che siamo tenuti a scendere a patti con ciò che significa la morte e il morire.
Rifacendoci alle teorie che ci appartengono da vicino, è grazie alla ricercatrice svizzera Elisabeth Kubler Ross, che oggi abbiamo una linea guida per orientarci nell’elaborazione di tutto ciò che è destinato al contenitore “fine”.
 
 
 
La psichiatra svizzera descrive come 5 𝓵𝓮 𝓯𝓪𝓼𝓲 𝓭𝓲 𝓮𝓵𝓪𝓫𝓸𝓻𝓪𝔃𝓲𝓸𝓷𝓮 𝓭𝓮𝓵 𝓵𝓾𝓽𝓽𝓸, tenendo a sottolineare come queste fasi non siano degli stadi (ovvero non si presentino come dei gradini), bensì degli stati dell’animo che sono destinati a sovrapporsi e ripresentarsi con intensità e ordine diversi.
Clinicamente è stato dimostrato come le persone malate terminali o le famiglie che subiscono un lutto attraversino – anche in modo inconsapevole – le 5 fasi descritte da Elisabeth Kubler Ross, arrivando alla riorganizzazione interna che consegue alla mancanza e potendo quindi far fronte in modo diverso e più stabile a ciò che significa quella perdita.
Pensiamo sia utile descrivere in modo approfondito ciascuna fase, mettendo l’accento su quanto l’elaborazione della perdita e del dolore conseguente sia un fatto altamente personale e intimo per cui la frase 𝓸𝓰𝓷𝓾𝓷𝓸 𝓻𝓮𝓪𝓰𝓲𝓼𝓬𝓮 𝓪 𝓶𝓸𝓭𝓸 𝓹𝓻𝓸𝓹𝓻𝓲𝓸 trova qui una profonda verità.
 
La domanda che ci si può porre mentre si attraversa tutto questo è “sto reagendo nel modo corretto?”.
 
Porci questo tipo di domande ci fa vedere che siamo sulla 𝓼𝓽𝓻𝓪𝓭𝓪 𝓰𝓲𝓾𝓼𝓽𝓪, dato che una parte di noi è in grado di vedere che c’è un dolore che va elaborato, tanto che proprio ponendoci un quesito di questo tipo possiamo indirettamente osservare che l’elaborazione è in atto.
𝓕𝓪𝓼𝓮 1 – 𝓢𝓱𝓸𝓬𝓴: 𝓲𝓵 𝓻𝓲𝓯𝓲𝓾𝓽𝓸
E’ la fase del rigetto della realtà, fatta in modo più o meno conscio. Abbiamo ricevuto la notizia e “non ci possiamo credere”.
Tutto ciò può avvenire sia in modo esplicitato, ovvero con domande tipo “è sicuro che è proprio così?” fatte per esempio ad un dottore che legge una diagnosi, oppure in modo non esplicito e involontario, per esempio nel momento in cui l’attenzione si concentra completamente su altro (spesso su cose di poco conto rispetto al fatto vero e doloroso) facendoci intendere che il dolore deriva da una cosa e non dall’altra.
Perché accade? Semplicemente per consentirci di sopravvivere e di non venire travolti dall’angoscia della perdita che in quel momento sarebbe troppo dolorosa e non ci permetterebbe di proseguire con la vita che conosciamo.
In questo momento le nostre parti interne devono avere il modo per organizzarsi e l’unico modo per far sì che lo facciano è 𝓷𝓮𝓰𝓪𝓷𝓭𝓸 𝓲𝓵 𝓯𝓪𝓽𝓽𝓸.
Con la negazione non si intende che “il fatto non è accaduto”, anzi: spesso possiamo procedere con un pilota automatico molto razionale che “conosce” a livello mentale ciò che è intercorso e quindi è in grado di organizzare un funerale, farsi fare le condoglianze, procedere con la quotidianità così come la conosciamo. Qui la mente procede come se nulla fosse, anche se le emozioni si sono “congelate” durante l’evento, creando delle sovrastrutture per non far emergere ciò che non potremmo affrontare in quel momento, ma altro di più “consono” e digeribile.
Il processo del rifiuto avviene sia durante la prima fase che successivamente, in modo sempre meno intenso, per darci modo di continuare a vivere nonostante il pensiero della morte di una persona cara, della fine di un legame d’amore o di amicizia o dell’avvento di brutte notizie di salute.
 
vita e morte
 
𝓕𝓪𝓼𝓮 2 – 𝓡𝓪𝓫𝓫𝓲𝓪: 𝓵𝓪 𝓬𝓸𝓵𝓵𝓮𝓻𝓪
Questo è il momento in cui la persona manifesta emozioni di rabbia e risentimento. In questa fase la collera è esplicitata e – spesso – convogliata in più direzioni: dalla fede in Dio ai familiari.
In realtà la fase di rabbia serve a nascondere la paura sottostante, il dolore atroce che non si sa di provare e quindi implicitamente è una richiesta di aiuto diretta a familiari, parenti, amici e istituzioni.
E’ il momento in cui la persona necessita e rifiuta al tempo stesso la vicinanza di qualcuno, il momento in cui possono cadere aspettative e credenze legate al mondo che si conosceva prima, l’attimo in cui si vedono schemi familiari e rapporti di amicizia, che possono qui modificarsi e terminare.
Non tutti sono portati a stare vicino a una persona che sta attraversando un lutto, anche se è bene non lasciare la persona sola durante la perdita e quindi – se portati – acquisire gli strumenti necessari per poter procedere a fianco della persona nel modo migliore.
Se si vuole sostenere una persona che attraversa un lutto è importante tollerare la sua collera, evitando di mettersi sulla difensiva rispetto ad essa ma soprattutto cercando di capire i propri limiti: è vero infatti che il lavoro di elaborazione del lutto non è solo del diretto interessato, ma anche delle persone a lui più vicine, le quali spesso per propria difesa interna preferiscono lasciare il più lontano possibile l’argomento 𝓶𝓸𝓻𝓽𝓮.
 
𝓕𝓪𝓼𝓮 3 – 𝓥𝓮𝓷𝓲𝓻𝓮 𝓪 𝓹𝓪𝓽𝓽𝓲: 𝓵𝓪 𝓷𝓮𝓰𝓸𝔃𝓲𝓪𝔃𝓲𝓸𝓷𝓮
Parlando della morte di un congiunto, in questa fase la persona che ha subito la perdita si confronta con ciò che è stato fatto e attraversa la fase della 𝓬𝓸𝓵𝓹𝓪: un momento delicatissimo, in quanto se da un lato la persona “non si può permettere” di pensare al futuro (poichè si sente colpevole di essere ancora in vita mentre la persona cara è defunta) dall’altro lato sente che vuole riprendere in mano la sua quotidianità e quindi trova dei compromessi con il suo voler vivere e il dolore che non riesce – e non vuole – lasciar andare.
Un altro tipo di senso di colpa che agisce in questa fase è verso ciò che “𝓼𝓲 𝓼𝓪𝓻𝓮𝓫𝓫𝓮 𝓹𝓸𝓽𝓾𝓽𝓸 𝓯𝓪𝓻𝓮” per evitare l’accaduto, e non si è fatto.
Prende così il via il cosiddetto “patteggiamento”, anche questo più o meno inconsapevole, un periodo in cui la persona negozia con sè stessa e con l’ambiente cercando di guardare avanti e trovando nuovi progetti futuri: si tenta qui di riprendere il controllo della propria vita tra alti e bassi, tentando di ricostruire ciò che è stato interrotto.
 
𝓕𝓪𝓼𝓮 4 – 𝓓𝓮𝓹𝓻𝓮𝓼𝓼𝓲𝓸𝓷𝓮: 𝓵𝓪 𝓽𝓻𝓲𝓼𝓽𝓮𝔃𝔃𝓪
La quarta fase è un momento in cui ci si rende conto che il lutto ha segnato la propria vita e nulla può tornare come prima della perdita.
In questa fase capiamo che non abbiamo il controllo, che siamo mortali e che l’accaduto ha delineato dei nuovi confini, ha fatto crollare certezze, ha ridimensionato obiettivi e senso.
Tutto ciò ovviamente genera una tristezza infinita, poiché avremmo preferito “𝓬𝓱𝓮 𝓷𝓸𝓷 𝓯𝓸𝓼𝓼𝓮 𝓶𝓪𝓲 𝓼𝓾𝓬𝓬𝓮𝓼𝓼𝓸”, sarebbe stato meglio non renderci conto della rottura degli schemi amicali e familiari, avremmo voluto che tutto rimanesse come prima.
A questo punto la collera non funziona più come negazione del fatto per proteggerci dal dolore ma la tristezza lascia il posto a tutto ciò che le emozioni come la rabbia iniziale nascondevano.
In questa fase le persone vicine sono di aiuto nell’elaborazione del dolore affrancandosi a chi lo sta attraversando e – semplicemente – aiutandolo a riorganizzare i problemi di tutti i giorni, come la casa, il lavoro, la semplice quotidianità, lasciando quindi che la persona “viva” il suo dolore e la sua tristezza, la quale non è motivo di vergogna o colpa ma bensì naturale processo di elaborazione.
 
𝓕𝓪𝓼𝓮 5 – 𝓐𝓬𝓬𝓮𝓽𝓽𝓪𝔃𝓲𝓸𝓷𝓮
Se siamo stati sufficientemente aiutati e sostenuti nelle fasi precedenti, dopo aver abbracciato i demoni più neri che la morte porta con sé, la quinta fase ci permette semplicemente di accettare l’accaduto, e questo può accadere più facilmente se la persona non ha affrontato tutto ciò in totale solitudine, se non è stata abbandonata, se ha accolto l’esigenza interna di poter parlare di quanto successo e ha seguito il suo bisogno, se ha potuto contare su persone che l’hanno accompagnata durante l’elaborazione, le quali hanno accolto il dolore senza giudizio e hanno cercato di rinfrancare la persona con azioni, vicinanza o sollievo.
Durante l’accettazione la tristezza profonda sperimentata nella fase precedente lascia il posto a un 𝓻𝓪𝓬𝓬𝓸𝓰𝓵𝓲𝓶𝓮𝓷𝓽𝓸 𝓲𝓷𝓽𝓲𝓶𝓸 𝓮 𝓼𝓲𝓵𝓮𝓷𝔃𝓲𝓸𝓼𝓸, spesso non comprensibile da chi non ha esperienza del lutto, ma che non è segno di rifiuto o di depressione, ma semplicemente di 𝓻𝓲𝓹𝓸𝓼𝓸 e di distacco dal normale fluire delle faccende di vita.
 
 
 

 
 
Al di là degli schemi e delle mappe concettuali che ci sono fornite per superare un evento traumatico, ciò che compare maggiormente nell’elaborazione del lutto – e che ci accompagna anche in questo lunedì di luglio – è come il senso della vita appaia in un modo completamente diverso rispetto al “prima del lutto”.
 
 
La morte, indirettamente, ci porta ai confini di ciò che è per noi essenziale, lasciando cadere tutto ciò che per noi è “sovrastruttura”.
 
Ecco allora che oltre la fase 5 possiamo trovare un senso a ciò che il processo del lutto ha avuto per noi: il colore di una foglia, la brezza del mattino, il respiro di un gatto, un the con un amica, “𝓲𝓵 𝓿𝓪𝓵𝓸𝓻𝓮 𝓿𝓮𝓻𝓸 𝓭𝓮𝓵𝓵𝓮 𝓬𝓸𝓼𝓮 𝓿𝓮𝓻𝓮”, così lontane dalle costruzioni in cui siamo abituati a vivere e che involontariamente ci prendono d’assalto.
Cose che erano importanti ma che non trovavamo fondamentali, presi a correre per il mondo e in lista d’attesa per chissà quale “vincita”.
E’ qui che gioca il suo confronto con la vita, l’esperienza di aver visto da vicino la morte o di affrancarsi al morire: l’osservazione di tutto ciò che non è importante, di tutto ciò che è superfluo e piccolissimo in confronto a un evento di tali proporzioni, e la 𝓼𝓿𝓸𝓵𝓽𝓪 𝓬𝓸𝓷𝓼𝓮𝓰𝓾𝓮𝓷𝓽𝓮.
Spiegare con le parole tutto questo a chi non ne ha avuto esperienza diretta potrebbe risuonare come ridicolo e ininfluente, poiché è attraverso tutto ciò che si può capire come le parole a volte non portino il frutto desiderato, ma come invece nel silenzio di un abbraccio noi possiamo rivivere.