Aspettative e giudizio: quando “non ci sei riuscito” diventa una gabbia
“𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑙𝑢𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎
𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑡𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑎𝑟𝑒
𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑒
𝑁𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜
𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑚𝑎𝑖 𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑟𝑒
𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑜𝑚𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒
𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑐𝘩𝑒́ 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑙𝑖𝑐𝘩𝑖
𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑖𝑟𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑖
𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑎 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑜
𝑁𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜”
Prendiamo spunto da queste poche righe, tratte da un famoso brano dei Subsonica – Ɓєηzιηα Ogσѕнι – per trattare un argomento a noi molto caro: le aspettative.
Direttamente collegate all’argomento “giudizio”, le aspettative sono “le attese per la riuscita di un qualcosa”: attese queste che nutrono la speranza – affidata o meno da altri – di essere in un determinato modo o fare un determinato tipo di cosa conforme a ciò che ci si aspetta da noi. 
Cosa nutrono le aspettative che gravano su di noi in questo modo?
Niente altro che il bisogno di proiezione delle speranze altrui, ossia l’asticella che qualcun altro ci pone per metterci vicino a un suo qualche status o a un suo qualche metro di misura per essere “conforme a”.
Ovviamente, prese a fine educativo, le aspettative hanno un grande potere costruttivo: preparano il terreno per ciò che potenzialmente possiamo diventare.
Come nello sport, avere un obiettivo sfidante e competitivo non farà altro che accrescere l’impegno che un atleta può mettere nel raggiungimento di un suo traguardo e quindi condividere un’ aspettativa di successo o porre in alto l’asticella non potrà che essere potenziante e stimolante per la persona coinvolta.
Ma cosa succede quando parliamo di aspettative di cui il mondo esterno ci carica?
Ovvero, il famigerato “𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑐𝑖 𝑠𝑖 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑟𝑒”?
In questo caso, l’aspettativa è nutrita direttamente dal comportamento acquisito.
Ovvero, se ci siamo comportati in un determinato modo nei confronti di una persona è naturale che in lei si sia fatta strada un’aspettativa e che il deluderla sarà causa di frustrazione e di sfiducia.
Per fare un esempio, se insaturo un legame di amicizia con una persona e trascorro il mio tempo a sedimentare in vari modi questo legame è naturale che si crei naturalmente un’aspettativa, ossia nasca una responsabilità condivisa che riguarda il legame che si è instaurato, le parole dette, i momenti trascorsi e quanto altro.
Le aspettative in questo caso sono “concordate”, ovvero messe su un tavolo di “comune accordo” e il rimanere delusi dalla mancata soddisfazione delle nostre attese non può che rivelare un cambiamento, una trasformazione o semplicemente la fine di un qualcosa.
Altro discorso, secondo noi, è da fare sulle aspettative non concordate, ossia tutti i casi in cui pensiamo che l’altro debba avere, debba fare o debba essere in un determinato modo o contenga determinate caratteristiche che o appartengono a noi (quindi invece di avvicinarci all’altro e di vederlo come “qυαℓcυησ ∂ι υηιcσ, ∂σтαтσ ∂ι ρяσρяιє cαяαттєяιѕтιcнє”, proiettiamo noi stessi) o appartengono a una qualche idea che ci siamo fatti rispetto a un determinato tema.
Come recita la canzone dei Subsonica in modo canzonatorio – non riuscendo loro stessi a bissare il loro album di maggior successo “Microchip emozionale” e deludendo così le aspettative di fan e critica – possono essere davvero molte le cose in cui “𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑖”… ma la domanda è: “ηєι cσηƒяσηтι ∂ι cнι / cнє cσѕα?” 
