Feedback professionale e antipatia personale: quanto i giudizi influenzano il lavoro?
𝓠𝓾𝓪𝓷𝓽𝓸 𝓬𝓸𝓷𝓽𝓪 𝓵’𝓪𝓷𝓽𝓲𝓹𝓪𝓽𝓲𝓪 𝓬𝓱𝓮 𝓷𝓾𝓽𝓻𝓲𝓪𝓶𝓸 𝓿𝓮𝓻𝓼𝓸 𝓾𝓷𝓪 𝓹𝓮𝓻𝓼𝓸𝓷𝓪 𝓺𝓾𝓪𝓷𝓭𝓸 𝓮𝓼𝓹𝓻𝓲𝓶𝓲𝓪𝓶𝓸 𝓾𝓷 𝓯𝓮𝓮𝓭𝓫𝓪𝓬𝓴 𝓭𝓲 𝓷𝓪𝓽𝓾𝓻𝓪 𝓹𝓻𝓸𝓯𝓮𝓼𝓼𝓲𝓸𝓷𝓪𝓵𝓮?
Recentemente abbiamo assistito ad un commento su una prestazione lavorativa, chiaramente inficiato da pareri personali che nulla avevano a che vedere con l’attività professionale svolta.
Se è vero e naturale che “𝓷𝓸𝓷 𝓽𝓾𝓽𝓽𝓲 𝓬𝓲 𝓹𝓲𝓪𝓬𝓬𝓲𝓸𝓷𝓸”, quando parliamo di risultati professionali, le nostre opinioni sulla persona (giudizi sulla presenza o meno di un partner, analisi del quoziente intellettivo in mancanza di strumenti idonei a farlo, e qualsiasi altro parere che metta l’accento sulla nostra più o meno velata simpatia), andrebbero semplicemente zittite poiché non consone ad un giudizio di carattere lavorativo.
O meglio, nel caso ci sia dato conoscere i vari aspetti della persona – al di là della sfera lavorativa – quel che possiamo permetterci di fare, se il ruolo lo richiede, è “analizzare”, cosa ben diversa dall’emettere pareri e giudizi dissacranti o, peggio ancora, in antitesi con la veste che ci siamo scelti.
Nel campo della formazione lo scambio di feedback prevede venga dato prima un parere su ciò che si è fatto bene, poi un parere su ciò che si può fare meglio. Sposare questa modalità comunicativa ci permette di non urtare la sensibilità della persona, evitando di farla sentire inadeguata, ma comunque di solleticare nella persona stessa una spinta al miglioramento personale, che quest’ultima può accogliere oppure no.
Se i nostri feedback sono distruttivi e votati alla maldicenza o, peggio ancora, contengono “𝓭𝓾𝓮 𝓹𝓮𝓼𝓲 𝓮 𝓭𝓾𝓮 𝓶𝓲𝓼𝓾𝓻𝓮”, il nostro stesso feedback non è lucido ma corrotto e quindi, semplicemente insignificante.
A fronte di un compito svolto allo stesso modo, da parte di due persone diverse, perché farci influenzare da stati emotivi interni che idolatrano il lavoro di uno e rinnegano quello di un altro?
Di fronte a questa mancanza di linearità ciò che possiamo fare è semplicemente declassare il feedback, ovvero essere consapevoli che chi lo pronuncia non sta padroneggiando la scena né sta apportando qualcosa di utile, ma sta semplicemente coltivando la cosiddetta “𝓮𝓻𝓫𝓪 𝓬𝓪𝓽𝓽𝓲𝓿𝓪”.