“𝐼𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑙𝑙𝑜.”
Quante volte questa frase si nasconde dietro ciò che chiamiamo ansia?
Perché l’ansia, spesso, non è soltanto paura.
È il disperato tentativo di mantenere tutto in ordine mentre dentro sentiamo il caos aumentare.
Viviamo in un’epoca che ci vuole performanti, veloci, impeccabili.
Una società in cui rallentare sembra quasi una colpa e dove anche il silenzio viene continuamente riempito da notifiche, pensieri, aspettative e confronti.
Eppure il corpo, a volte, decide di interrompere tutto.
Lo fa attraverso il battito accelerato.
Attraverso il fiato corto.
Attraverso quella strana sensazione di pericolo imminente che compare anche quando apparentemente “va tutto bene”.
L’ansia è questo:
un allarme invisibile.
Il corpo parla prima della mente
Lo psicanalista Alexander Lowen sosteneva che il corpo non mente mai.
E forse è proprio qui che l’ansia trova il suo linguaggio:
nel corpo.
Prima ancora che nella mente.
Perché possiamo convincerci razionalmente che vada tutto bene…
ma il corpo continua a trattenere tensioni, paure, stanchezza emotiva e fragilità che spesso ignoriamo per troppo tempo.
Non è un caso che molte persone descrivano l’ansia come una sensazione fisica:
un peso sul petto,
un nodo in gola,
una tremarella improvvisa.
Come se il nostro sistema interno cercasse disperatamente di dirci qualcosa.
Fear of the Dark
Gli Iron Maiden lo urlavano già nel 1992 in “Fear of the Dark”:
“𝐻𝑎𝑣𝑒 𝑦𝑜𝑢 𝑟𝑢𝑛 𝑦𝑜𝑢𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑔𝑒𝑟𝑠 𝑑𝑜𝑤𝑛 𝑡ℎ𝑒 𝑤𝑎𝑙𝑙
𝐴𝑛𝑑 ℎ𝑎𝑣𝑒 𝑦𝑜𝑢 𝑓𝑒𝑙𝑡 𝑦𝑜𝑢𝑟 𝑛𝑒𝑐𝑘 𝑠𝑘𝑖𝑛 𝑐𝑟𝑎𝑤𝑙?”
La paura del buio raccontata nel brano non è solo il timore dell’oscurità esterna, ma soprattutto quella sensazione inquietante che compare quando restiamo soli con noi stessi.
Perché spesso l’ansia emerge proprio nel silenzio.
Quando non abbiamo più rumori per distrarci.
Quando la mente inizia a correre.
Quando l’overthinking prende il sopravvento.
Overthinking: pensare troppo per sentirsi al sicuro
L’overthinking è uno dei migliori amici dell’ansia.
Pensare continuamente,
analizzare ogni dettaglio,
prevedere ogni possibile scenario,
immaginare tutto ciò che potrebbe andare storto.
Come se la mente, lavorando senza sosta, potesse proteggerci dalla sofferenza.
Eppure più tentiamo di controllare tutto, più perdiamo contatto con il presente.
In fondo l’ansia cerca sicurezza.
L’overthinking cerca controllo.
Ma la vita, quasi sempre, sfugge a entrambi.
(Approfondiremo meglio questo tema nel nostro prossimo articolo dedicato all’overthinking.)
Inside Out e le emozioni che non vogliamo vedere
Nel film “Inside Out”, Pixar mostra qualcosa di profondamente vero:
non possiamo eliminare le emozioni considerate “negative”.
Tristezza, paura, rabbia…
non arrivano per distruggerci.
Arrivano per proteggerci.
La paura, nel cartone, è il personaggio che tenta continuamente di evitare pericoli.
Esagera.
Si agita.
Va nel panico.
Ma senza di lei Riley si metterebbe continuamente in situazioni rischiose.
E forse l’ansia funziona proprio così:
diventa tossica soltanto quando smettiamo di ascoltarla o quando le lasciamo prendere completamente il comando.
L’ansia e il bisogno di essere perfetti
Molte persone ansiose non sono fragili.
Sono persone estremamente sensibili.
Persone che sentono troppo.
Che vogliono fare bene.
Che cercano di non deludere nessuno.
Che si caricano addosso aspettative enormi.
Il problema è che vivere continuamente cercando di essere impeccabili porta inevitabilmente a una guerra interiore.
Perché nessun essere umano può controllare tutto.
Il coraggio non è assenza di paura
Paolo Crepet scrive:
“𝐒𝐨𝐥𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐨𝐥𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚.”
E forse è vero.
Il coraggio non nasce dall’assenza dell’ansia.
Nasce dalla capacità di attraversarla.
Un po’ come accade nel film “Il discorso del re”, dove il protagonista, terrorizzato dal parlare in pubblico, riesce lentamente a convivere con il proprio limite invece di combatterlo.
Perché a volte guarire non significa smettere di avere paura.
Significa imparare a non lasciare che sia la paura a decidere chi siamo.
Tornare a respirare
Camminare.
Dormire meglio.
Scrivere.
Parlare.
Chiedere aiuto.
Rallentare.
In una società che ci insegna a correre continuamente, forse il gesto più rivoluzionario è fermarsi ad ascoltarsi davvero.
Perché dietro molte forme d’ansia non si nasconde debolezza.
Si nasconde una parte di noi che chiede attenzione.
Conclusione
Forse l’ansia è come una stanza buia:
più cerchiamo di scappare, più sembra inseguirci.
Ma quando lentamente troviamo il coraggio di entrarci dentro, scopriamo che non tutto ciò che ci spaventava era davvero un mostro.
A volte era soltanto una parte fragile di noi che chiedeva di essere vista.